Radical Collaboration con Maria Cristina Lavazza – UxBook Club di Milano #10/18

RadicalCollaboration-UxUniversity

L’Ux Book Club di Milano inaugura l’autunno con il nuono libro Radical Collaboration di Maria Cristina Lavazza, tra le figure di spicco del mondo dell’IA e Ux italiani e ora autrice della UxUniversity.


L’intervento di MCL introduce in primis la nuova casa editrice nata dalle attività di formazione della Ux University che, fedele alla sua vocazione, si rivolge non solo ai designer, ma soprattutto alle persone che in azienda si trovano a scegliere, comprendere e collaborare con questi ruoli.

Radical collaboration è il secondo libro della collana e nasce, come gli altri, dall’esperienza personale di lavoro di MCL e con la volonta di incentivare la cultura collaborativa, il ruolo dell’intelligenza collettiva e del progettare per le persone coinvolgendole, perché con i nostri progetti, cambiamo –  in bene o in male 😉 – la loro e la nostra vita!

I designer hanno una grande responsabilità che va condivisa con chi userà questi prodotti, servizi e oggetti, non necessariamente solo in formato digitale.

LA SCATOLA DELLE MERAVIGLIE

Durante la serata MCL ci affasciana e affabula partendo dalla sua scatola delle meraviglie da cui estrae tre progetti nati dal basso e dall’ascolto delle esigenze degli utenti e dal contesto d’uso.

Dal detersivo allo Swiffer

Il primo è lo Swiffer, un prodotto che ha cambiato il modo di pulire la casa e che, secondo la ricerca e sviluppo di P&G doveva essere… un nuovo detersivo!

L’ascolto degli utenti – nella generazione di idee e nella ricerca svolta per intercettare nuovi bisogni – ha invece fatto emergere due esigenze che non erano state considerate. In primis, che non c’era nessuna necessità di un nuovo detersivo visto che gli scaffali dei super sono già stracolmi di prodotti per ogni esigenza, profumati, colorati etc. La seconda è che la la cosa piu frustrante è strizzare lo straccio dopo aver pulito per terra.

Lavorare con le persone ha spostato completamente il focus del problema e ha creato un nuovo modo di pulire per terra e una nuova tipologia merceologica.

La schiscetta danese

Il secondo esempio è dedicato a un oggetto/servizio ovvero il pasto che viene portato agli anziani non autosufficienti, per un totale di circa 125 mila persone in stato di difficoltà che vengono seguite in danimarca dai servizi sociali. La cosa curiosa  è che molti di loro non consumavano i pasti.

Dalla ricerca partecipata è, infatti, emerso che molti di loro subivano il servizio e lo associavano ad una serie di emozioni negative come la non-autosuffcienza e la sbriugatività con cui il pasto era consegnato. Un ulteriore approfondimento – una ricerca etnografica – ha coinvolto oltre agli anziani,  anche il resto della filiera, come chi preparava il pasto e chi lo distribuiva. Da essa è emersa la demotivazione di chi lavorava nel servizio che, a sua volta, riteneva che gli anziani non avrebbero apprezzatao il cibo.

Il coinvolgimento di tutte le persone/ruoli ha portato a una soluzione condivisa: un menu a scelta, come la lista di un ristorante per gratificare sia i consumatori che i cuochi.

La bottiglia solare

Infine, un esempio di autoproduzione nato dal contesto e dalle condizioni di un ambiente ostile come uno slum fatto di case di lamiera, fredde d’inverno, bollenti d’estate senza finestre e solo una porta, che è meglio tenere chiusa, soprattutto sempre buie.

Alfredo Moser, è il brasiliano che  partendo da ciò ch eaveva a disposizione – nel 2002 ha inventato un modo per illuminare questi luoghi utilizzando una bottiglia d’acqua (e cloro affinché rimanga trasparente) inserita in un foro nella lamiera del tetto che rifrange la luce naturale esterna.

Tutte storie, quelle raccontate dal MCL, che l”hanno coplita per il coinvolgimento delle persone: un prodotto, un servizio, un sistema sociale che utilizzano approcci mutuati dal design thnking/service/user experience, ma in cui la differenza sono le persone cinvolte e le loro vite.

Al di la dei nomi e delle etichette che possiamo dare la design, infatti, è la collaborazione delle persone che fa la differenza e che accomuna tutti i ruoli.

UN LIBRO COME BUSSOLA

Ma veniamo al libro, con la prefazione di Roberta Tassi (@s_DesignTools): 7 capitoli, o meglio 6 più uno che ci spiegano cos’è il codesign, perché collaborare, come progettare e preparare, capire se è lo scenario, il cliente giusto e come e/o se spingere su questo approccio al design. Infine gli strumenti su come valutare e programmare le atttività prima di andare in scena e come condurre un workshop che si tratti di 5 o di ottanta partecipanti1

In particolare il capitolo dedicato al design collaborativo come strumento di futura innovazione fa il punto anche sul ruolo del designer: non più decisore, ma piuttosto facilitatore, capace di abilitare e guidare un percorso che porti a una soluzione.

Un libro, tuttavia, più per le aziende e i manager: coinvolgendo i team e gli utenti estremi puo essere un valore aggiunto per l’innovazione perché le buone idee possono venire da qualsiasi parte.

Infine radical perché – come ricordava un articolo di Nielsen – va portato avanti senza se e senza ma, anche trovando uno spunto, seppur minimo per coinvolgere le persone, per essere piu incisivi come designer e come comunità.

Maria Cristina Lavazza all'Ux Book Club di Milano: Radical Collaboration, I Libri della Ux University
Maria Cristina Lavazza all’Ux Book Club di Milano: Radical Collaboration, I Libri della Ux University

PS. E poi io adoro la copertina coi pescetti! 🙂


Lo scaffale della Ux University

Note:

  1. in questo ho trovato molte assonanze con i suggeriemnti di Òbelo e sul metaworkshop fatto in AIAP con loro 🙂