Affordance. Da Gibson a Bagnara, passando per le porte antincendio.

Rene Magritte, Il tradimento dell'immagine, 1928-29

Affordance
noun [af·ford·ance \ə-ˈfȯr-dəns \]. Psychology. A property of an object or an aspect of the environment, especially relating to its potential utility, which can be inferred from visual or other perceptual signals; (more generally) a quality or utility which is readily apparent or available.


Relativamente di recente, all’interno dei bagni del mio ateneo, i vecchi asciugamani di carta sono stati sostituiti con quelli ad aria. Il cambiamento è stato presentato come una scelta di economia e sostenibilità fatta dall’università, insieme alla raccolta diffferenziata e ad altre iniziative per diminuire, per esempio, l’uso delle bottiglie di plastica.

Contesto, comunicazione e motivazione hanno fatto sì che la transizione sia stata indolore, anche se gli asciugatori scelti sono abbstanza diversi da quelli più diffusi e ricordino, invece, vagamente i Vortice di vecchia generazione.

Houston abbiamo un problema

Poi, magicamente, una mattina, il misfatto!

Sembra che per i genitori e i parenti che vengono in dipartimento per assistere e festeggiare le lauree dei/lle figliuol*, l’oggetto sia un mistero, al punto da doverne espilicitare, con cartello casereccio, la funzione.

Nella mente del designer – se mai ne è stato coinvolto uno nel ciclo di ideazione, sviluppo e produzione – le due ondine in rilievo dovevano probabilmente essere autoesplicative e comunicare sia a) la funzione – emissione dell’aria – che b) la posizione dove vanno collocate le mani, ovvero c) il suo uso complessivo.

Al di là dell’evidente mancanza di una valutazione fatta con gli utenti e/o nel mondo reale, questo esempio la dice lunga sul problema dell’affordance di certi oggetti sia fisici che virtuali.

Gibson e l’affordance

La nozione di affordance è stata introdotta da Gibson già negli anni ’50 e poi formalizzata nel testo The ecological approach to visual perception del 1979. Pur non trovando un termine italiano che traduca realmente l’idea – non tanto la parola inglese che significa offrire, dare, fornire, concedere o disponibilitàl’affordance è un invito all’uso, uno dei principi fondamentali per la progettazione delle interfacce, in senso lato.

Sulla scia degli studi della Psicologia della Gestalt degli anni ’20-30, Gibson assume l’idea che i sensi, secondo la sua Teoria della percezione diretta – siano sistemi percettivi diretti che colgono gli elementi invarianti dell’ambiente che, a sua volta, offre informazioni, indizi su come vadano usati gli oggetti. O, come riferisce Norman, il concetto di affordance “refer to the actionable properties between the world and an actor”. Secondo Gibson, cioè, si tratta di relazioni naturali basate, da un lato, sulla capacità degli oggetti di suggerire l’insieme delle azioni che con esso si possono compiere, dall’altro, sulla visione che diventa l’attivatore di tali potenzialità.

Norman e l’affordance

La teoria è stat poi ripresa applicata e ampliata da altri autori. Tra questi, appunto, Donald Norman, che in diversi lavori – a partire da La caffettiera del masochista – si interroga su come siamo in grado di interagire co oggetti sconosciuti o per la prima volta:

When you first see something you have never seen before, how do you know what to do? The answer, I decided, was that the required information was in the world: the appearance of the device could provide the critical clues required for its proper operation. In POET, I argued that understanding how to operate a novel device had three major dimensions: conceptual models, constraints, and affordances

—Donald Norman

La riflessione di Norman è a cavallo di due concetti: la affordance reale e quella percepita. Nel primo caso si tratta di tutte le possibilità di azione che un oggetto permette di fare, nel caso dellaffordance percepita, invece, fa riferimento alle azioni che un utente percepisce di poter fare. E su quest’ultima che si basa la progettazione soprattutto delle interfacce digitali.

In particolare per le interfacce digitali, N. propone quattro principi fondamentali per garantire una buona affordance:

  1. Rispettare le convezioni: sia nella scelta delle immagini, sia per le interazioni consentite. Introdurre nuovi pattern di interazione, infatti, richiede tempo, perché essi vengano adottati dagli utenti e può portare più fallimenti che benefici.
  2. Utilizzare testi che descrivano o spieghino l’azione desiderata. Affermazione che N. discute rispetto all’interpretabilità e all’efficacia comunicativa delle immagini.
  3. Usare metafore. Suggerimento, forse, superato rispetto alla dimestichezza che le persone ormai hanno con gli ecosistemi digitali.
  4. Utilizzare un modello concettuale coerente che possa essere appreso agevolmente e che venga ripetuto all’interno delle altre interazioni.

Principi che tutt’oggi, se correttamente declinati e talvolta attualizzati restano validi nella progettazione.

Polillo e l’affordance

Il mondo dei software, dell‘interazione uomo-computer, come si chiamava allora, e, più in generale, degli ecosistemi comunicativi digitali si basa su questa nozione.

Un sistema ben progettato  deve essere utilizzabile senza alcuna mecessità di manuali d’uso.

—Roberto Polillo, 1993

Nel testo dedicato al design dell’interazione, P. riporta l’attenzione, infatti, non tanto sulla dimensione tecnologica, bensì su quella metodologica e concettuale. In un periodo storico in cui il mondo dell’informatica era ancora parzialmente una cosa per esperti che si stava, tuttavia, aprendo a un uso e ad una diffuzione di massa, la capacità dei sistemi di auto-comunicare le loro funzioni diventava fondamentale.

Chi di noi oggi sarebbe disposto a leggere un manuale d’uso o il libretto delle istruzioni – che per altro non esistono più – per capire come funziona il nuovo smartphone? A fronte di uno strumento decisamente complesso e multifunzionale, la nostra aspettativa è al contrario, di estrema e immediata accessibilità.

Affordance di un microfono portatile
Affordance di un microfono portatile

È quantomeno curioso, per esempio, dover ricorrere all’aiuto di un tenico o pensare di cercare delle informaizoni on line per trovare il tasto di accensione di un microfono… nascosto dentro – insieme all’alloggio delle pile – anziché mostrato fuori, insieme agli altri comandi e spie.

Bagnara e l’affordance

Infine, Sebastiano Bagnare, riportando una chiacchierata con Marco Sbardella in occasione di una conferenza proprio di Norman in Italia, ripropone il valore e l’importanza del concetto di affordance, anche come punto di incontro tra design e psicologia cognitiva.

Guardando un oggetto, “vediamo” subito a cosa serve, se possiamo usarlo e come. Percezione e azione sono comprese in un unico atto. Questo è un cambiamento formidabile nella psicologia cognitiva, perché lo sviluppo del cognitivismo aveva spezzato il legame tra percezione e azione visti come fasi e processi cognitivi diversi. […] Questo concetto permette di superare, nella gran parte dei casi, le fasi di elaborazione previste dal cognitivismo: siamo veloci, quando l’oggetto è usabile, diremmo “è intuitivo”

—Sebastiano Bagnara, 2017

Affordance di una porta antincendio
E quando l’affordance non c’è, ci devi mettere una pezza. Anzi, un adesivo!

Se volete mandarmi i vostri casi di mala affordance… 😉


Bibliografia minima

  • Gibson, J.J. (1979). The ecological approach to visual perception. Boston: Houghton Mifflin.
  • Normann, D. A. (1988). The Psychology of Everyday Things. New York: Basic Books1.
  • Norman, D. (s.d.). Affordances and design. Designing for people. Jjg
  • Polillo, R. (1993). Il design dell’interazione. In G. Anceschi (Ed.). Il progetto delle interfacce. Oggetti colloquiali e protesi virtuali. Milano: Domus Academy
  • Bagnara, S. (2017, 6 novembre). Psicologia cognitiva, design e nuove tecnologie. Medium

Note:

  1. Titolo impropriamente tradotto in italiano come La caffettiera del masochista, che, tuttavia, meglio illustra la nostra frustrazione di fronte alla difficoltà d’uso o alla mancanza di affordance di certi oggetti quotidiani

4 Comments

  1. Ciao Letizia, Norman ha di recente evoluto e spaccato in due la sua definizione di affordance ed è ancora più interessante.
    Mi sembra che in “Vivere con la complessità” abbia dedicato un intero capitolo a spiegare che l’affordance è intenzionale e può quindi essere considerata come una forma di comunicazione (ti invita a fare qualcosa).
    In più, visto che le interfacce digitali teamite schermo sono bidimensionali, in questi contesti preferisce usare il termine “signifier”.
    E anche qui, ci sarebbero bellissimi esempi e distinguo da fare rispetto al “mondo tridimensionale”.
    Bel ppst, grazie!

  2. Mi permetto di dire che nel caso del trasmettitore del microfono portatile (lavalier) è corretta la posizione dei due pulsanti, importantissimi, ON/OFF e SET, in una parte “nascosta” del trasmettitore stesso. In questo caso, infatti, viene meno la preminenza dell’ affordance, e viene privilegiata l’user experience dell’utente. Dove l’utente non è (e non deve essere) l’intervistato ma è l’intervistatore o il cameraman . Ed è corretto proprio per la funzione d’uso che ha. Il trasmettitore, infatti, durante le interviste viene posto in tasca o dietro la schiena o comunque nascosto. Dunque in posizioni non controllate a vista, dove è altamente probabile che pulsanti esterni ed in evidenza possano essere schiacciati. La pressione, dunque, di questi due tasti (accensione, spegnimento e cambio di frequenza), nel momento sbagliato, potrebbe inficiare la sua funzione d’uso e dunque la riuscita di importanti lavori.

    1. Concordo 🙂
      Tutto vero e ragionevole.

      Però:
      a) come dicevo nel post, molti strumenti tecnici o originariamente pensati per essere usati da/con il supporto di un operatore esperto, ora sono nelle nostre mani, direttamente. Come nelle mie, quando faccio lezione e uso questo microfono portatile. Al primo giro gli ho preferito il cono. Il modello precedente in dotazione aveva il tasto di accensione in alto a destra esterno e non avevo mai avuto dubbi su come usarlo. La seconda volta, e solo perché sono cocciuta, ci ho riprovato. La terza – e anche recidiva! – ho chiesto al tecnico. Ma se il tecnico non ci fosse stato?
      b) questo modello ha due tasti interni on/off e set, ma queli del volume sono esterni. Se fosse solo il problema di “non prendere dentro” mentre hai lo strumento in tasca o addosso, mi aspetterei che fossero tutti protetti. Viceversa, forse si poteva trovare una collocazione esterna almeno per l’accensione.
      c) lo metti interno? Va benissimo, ma dammi un indizio visivo, una indicazione, su cosa devo fare/dove trovo il tasto per accenderlo.
      Il problema delle tecnologie, infatti, è che ci possono tremendamente semplificare la vita – posso pagare un f24, la notte, dal salotto di casa mia – ma allo stesso tempo ce la possono drammaticamente complicare* visto che devo implicitamente acquisire le competenze di un bancario e lo strumento che mi supporta, guidandomi e embeddando in sé queste competenze, è il sistema di interfacciamento.

      In questo caso, una cosa semplice e vitale – accendere il microfono – è diventata complicata per un utente medio, come me. 🙂

      * Non ricordo se fosse Garrett o Rosenfeld a dirlo…

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