Echi dalla Kerning Conference 2018

Kerning Conference 2018: l'infinito, Faenza

Qui è dove vi raccolgo qualche spunto e appunto della Kerning Conference 2018: l’infinito, ormai alla sua sesta edizione, sempre a Faenza.


Intanto una dichiarazione d’amore: la Kerning è la mia conferenza preferita tra quelle che si tengono in Italia. Iniziata ormai 6 anni fa a Faenza  – collocazione un po’ eccentrica rispetto a palcoscenici più conseuti – è rimasta un ambiente di nicchia eppure vivissimo. Di anno in anno ha saputo rinnovarsi mantenendo costante la formula: ospiti prevalentemente stranieri, rigorosamente in inglese, quote rose e italiane per un mix sempre molto interessante ed equilibrato.

Kerning Conference 2018: l’infinito

Panel molto ricco, quello di quest’anno. Si è spaziato dagli studi sull’estensione di font alla tipografia indiana (@ameliebonet), alla ricerca sulle specificità dei caratteri tipografici di Jenson (Matteo Olocco di @castfoundry); dalla progettazione di caratteri variabili (@djrrb), alle ricerche neurologiche sulla percezione (@AlessiucciaN), fino al ruolo della calligrafia nei sistemi educativi (@ewanclayton1) internazionali.

 

Ovviamente non è tutto: qui trovate il progamma completo con sintesi delle presentazioni e delle biografie dei conferenzieri.

Prenditi tutto lo spazio che puoi

Molto divertente il contributo di David Jonathan Ross (@djrrb) dal titolo Extra! Extra! dedicato al rapporto variabile tra spazio e carattere. Partendo da esempi tratti dalla grafica anni ’70, i progetti tipografici proposti scardinano il rapporto tra i parametri dimensionali – come peso, dimensione – in rapporto al contesto.

Ne nasce, così, una tipografia dinamica, estrema, bold che si appropria di tutto lo spazio disponibile, diventando puro segno e texture, come il LAIJMT sketch progettatno nel 2014, il Fit – un nome un programma 😉 – del 2017.

Quale futuro per la calligrafia?

Personalmente ho trovato molto interessante l’intervento di Ewan Clayton (@ewanclayton1) – calligrafo e docente di design presso la University of Sunderland e visiting presso la University of Reading e la Cooper Union di New York City – An expanding Universe? The future of text and writing.
Autore del libro The Golden Thread: the story of writing – pubblicato nel 2013 e tradotto in italiano come Il filo d’oro: Storia della scrittura nel 2014 da Bollati e Boringhieri – C. ha lavorato per 12 anni per Xerox Park, come tipografo e come calligrafo e ha, quindi, un complesso mix di competenze e conoscenze sia analogiche che tecnologiche.
Il tema del suo contributo è particolarmente caldo, specialmente se si riflette sull’impatto che le tecnologie digitali stanno avendo su quelle tradizionali, anche nei sisitemi scolastici pubblici nazionali.

Da un lato, infatti, abbiamo modelli come quello finlandese, dove già nella scuola primaria, anziché imparare a scrivere manualmente si può essere avviati direttamente al mondo digitale, dall’altro ricerche che dimostrano e confermano sempre più la differenza, anche a livello cognitivo, tra i due sistemi di apprendimento. In particolare, uno studio di Princeton1, citato anche da Clayton, ha dimostrato la differenza nel ricordare, elaborare e coprendere le informazioni nei due modelli2.
La riflessione proposta da C. è ampia e si focalizza soprattutto sulla dimensione ecosistemica degli strumenti e dei sistemi di comunicazione.

Writing as an ecology of forms, technologies & communications.

—Ewan Clayton

La scrittura, infatti, non è solo uno strumento di trascrizione dell’oralità, anzi! Da un lato è un mezzo di costruzione sociale che permette di creare comunità e di organizzare i comportamenti. Dall’altro, le tecnologie, gli artefatti testuali e i costrutti sociali sono profondamente correlati tra loro e mutualmete costitutivi. Un cambio, dunque, di tecnologienon è un atto neutro rispetto al resto dell’ecosistema.

Inoltre, la scrittura è uno strumento che utilizziamo in innumerevoli contesti per svolgere compiti anche molto differenti tra loro. Perciò, il rapporto con il digitale e con le altre forme mediali non dovrebbe essere escludente, ma piuttosto interattivo e complementare, visto che è attraverso le dinamiche di contaminazione che la scrittura stessa evolve.


Per saperne di più:

Note:

  1. appena lo ritrovo ve lo linko,  o se qualcuno me lo segnala, facciamo prima! 😉
  2. vi rimando al mio articolo: Drawing as a language. Teaching experiences in visual communication design for non-designers pubblicato nel 2017, per approfindimenti