WUD 2019 Milano

WUD 2019 Milano: World Usability Day

Quest’anno, da vera stacanovista, me ne faccio addirittura due di WUD World Usability Day, uno a Milano – qui, oggi – dove ascolto e vi sintetizzo di seguito, e quello di Torino, domani, dove sono stata invitata a presentare il Progetto Amnesia, al suo debutto pubblico. 🙂


Come per l’edizione precedente, il WUD 2019 Milano è stato organizzato da Avanade e il Dipartimento di Psicologia di Milano-Bicocca presso Microsoft House, tema dell’anno: Design for the future we want. Molto ricco e vario il panel degli ospiti, nazionali e internazionali, molti colleghi psicologi, alcuni amici del mondo professionale.
Impossibile mappare tutti gli intereventi e, quindi, mi limito a sintetizzare quelli per me più interessanti e nuovi.

Identity 4 goods, Khalid Maliki

Il lavoro di Khalid Maliki (co-founder e COO di TYKN) è sulla frontiera dell’uso della blockchain nella gestione dell’identità personale come forma di tutela e inclusione, soprattutto nel caso di profughi che hanno perso documenti e identità.

Il progetto Tykn – sviluppato, tra gli altri in collaobrazione con la Croce Rossa olandese e orientato a favorire un finanziamneti e donazioni peer-to-peer – ha lo scopo di dare o ridare una identità a persone che non sono più in grado di certificarle, dando loro controllo dei propri dati grazie a un sistema non più centralizzato – secondo i modelli classici – in paesi in via di sviluppo o in scenari di guerra tramite blockchain.

We envision a world where identities are portable, private and secure, so that no one has to lose access to their identity ever again. Creating a future of opportunitie. Because people matter.

—About, tykn

Di fatto, in molti paesi, i documenti per certificare l’identità sono incerti,  fragili, ancora cartacei. Confrontando il certificato di nascita della madre di origini marocchina degli anni ’50 – un foglietto scritto a mano su di un pezzo di carta – e quello della figlia nata in Olanda – una cartolina prestamapata compilata a mano – quello che si nota e che sono entrambi effimeri, cartacei e facilmente falsificabili (potresti certificare un gatto anziché un bambino! 😉 ).

WUD 2019 Milano: Kahlid Malii
WUD 2019 Milano: Khalid Maliki. Certificati di nascita, ieri e oggi

Il vero problema, infatti, è che il sistema ideologico con cui, fino ad ora abbiamo pensato e certificato l’identità delle persone è ormai rotto. Nei sistemi centralizzati – che si tratti di documenti accatastati in uno scantinato o di un database informatico – i documenti sono ancora cartacei e passibili di violazioni e di furto.

Lavorando con i rifugiati, per esempio, Maliki ha incontrato persone che nel loro paese erano chirurghi che operavano al buio esotto le bombe e che, una volta arrivati in Olanda, lavorano in un supermercato perché non sono in grado di produrre i propri documenti, titoli e certificazioni. Anche perché, non solo in questi scenari estremi, hanno perso i documenti, ma anche perché  non ci sono più le autorità in grado di certificarli.

Al mondo ci sono almeno 1,2 miliardi di persone che un’identità proprio no ce l’hanno, 100 paesi in cui non esiste un sistema di certificazione/anagrafica e bambini sotto i 5 anni [mi sono persa quanti!] che non hanno identità, cioè, accesso all’educazione, alla sanità e così via.

In Turchia il gruppo di progetto ha avuto modo di fare esperienza sul campo lavorando con il sistema anagrafico dei rifugiati.
Di fatto il problema non è l’identità, in sé, ma cosa ci fai: l‘identità è un fattore abilitante che permette l’accesso al cibo, ad un alloggio, all’apertura di una linea di credito. Possono perdere tutto, ma in genere anche chi è scappato dalla Siria ha il cellulare, con cui mantiene i rapporti affettivi e ch eserve per contattare amici o parenti con cui ricongiungersi in Europa (l’87% dei rifugiati vi si trasferisce) e l’applicazione più utilizzata per comunicare è Whatsapp (90% delle donne siriane e il 91% nei campi profughi e lo usano per comunicare) con un uso massiccio dei gruppi per condividere le informazioni.

Tra i problemi emersi le barriere linguistiche e la possibilità di fidarsi delle informazioni – è un passa parola o sono ufficiali? – sono stati gli spunti più critici. Alcuni dei rifugiati si portano sempre appresso sporte di plastica con i documenti cartacei, quanto rimasto o sopravvissuto per poter verificare la propria condizione di profugo presso le istitutzioni straniere. Eppure in altri contesti abbiamo l apossibilità di utilizzare sistemi di riconoscimento facciale – al limite del controllo – per l’identificazione.

C’è, dunque, una via di mezzo tra questi due estermi? o la possibilità da parte delle persone di governarela propria identità e i propri dati?

M. propone tre tipologie di identità, 3 modelli:

  1. Siloed Identity: il possesso di una identità per ogni singola istituzione
  2. Federated identity: un ID tra te e il resto delle istituzioni, come nel caso del log in tramite Google, di fatto uno standard in cui, però, l’identità non è più dle soggetto
  3. Self Sovereign Identity: fornita da una una istituzione, ma di cui la persona è l’owner: una sorta di trusted link tra te e l’istituzione/firma riconosciuta (es . il titolo di studio e l’università che lo certifica)

ANA (“me” in arabo) I own my data è l’app sviluppata che garantisce

  • Trusted Info-hub
  • Easy ID proofing

per esempio, per garantire lo stato governativo di rifugiato strutturata con una modalità dialogica – anziché per tab – del processo di interazione, senza reinventarsi particolari pattern proprio per essere il più possibile famigliari per gli utenti e con una tecnologia agnostica, ovvero che, in questo caso viene usata per i rifugiati, ma potrebbe essere usata anche in un’azienda o per il settore finanziario.

L’identità, in definitiva, è un fattore di inclusione economica e sociale, di crescita  locale e di accesso ai servizi.

Is ethical design any good? John Knights

Avanade Global Service Design Champion e Aalto University PhD candidate 2020, Knight propone una riflessione – tra Morris e i Culture Club – sicuramente molto vicino la mio background e alla mia sensibilità di architetto!

L’intervento propone un modello per il design e l’etica e degli spunti critici sul rapporto tra persone e tecnologia e sul ruolo dei progettisti.

WUD 2019 Milano: John Knight
WUD 2019 Milano: John Knight e la matrice per un design etico

 

K. ripercorre concettualmente e idealmente la storia a ritroso – dalla prima rivoluzione industriale a Dickens fino alla contemporaneità del post-antropocene – per riflessere sulle opportunità del qui e ora, sui problemi e le responsabilità che dobbiamo affrontare.

La prima figura che introduce è quella di William Morris, nella sua contraddittorietà, ma soprattutto nella sua ricerca di equilibrio tra useful e beautifulDi successo, ricco, eppure socialista radicale, influenzato dal cult of domesticity di Ruskin, M. sottolinea la necessità di non circondarci di cose, bensì di oggetti utili e belli. Lo studio e la ripresa di attività artigianali, tradizionali e manuali che erano andate perse, come la tessitura, diventano un momento di reinvenzione, in una sorta di contrapposizione utopica ai processi della rivoluzione industriale.

Che si tratti delle cosmografie e delle architetture future di Buckminster Fuller o dell’antropometria, la normazione ergonomica e degli standard di Henry Dreyfus – e del suo celebre The Measure of Man and Woman: Human Factors in Design – le persone tornano progressivamente al centro del mondo progettuale.

Tra gli altri autori etici, Knight include Victor Papanek – il libro del 1971 Design for the Real World: Human Ecology and Social Change è un classico nel dibattito sull’impatto ecologico e sociale del design – e Vivienne Westwood, unica donna, per la sua poliedricità –punk, iconica, attivista – e per l’idea democratica insita nel suo lavoro. Una moda realizzata con qualsiasi materiale, che tutti possono portare, da tutti i giorni, fast – non nell’accezione attuale – che puoi fare con le cose che hai in casa e una spilla da baglia. Ma la Westwood è anche un simbolo della controcultura pop degli anni ’80 – ben rappresentata Boy George e i Culture Club – che, per prima, mettere in dubbio e mescola mascolinità, femminilità e sessualità. Anche ora, nell’empireo dei fashion designer, è e rimane un’attivitstà e un’iconoclasta.

Fiona Raby – autrice con Anthony Dunne di Speculative Everything. Design, Fiction, and Social Dreaming (2013) – e la sua riflessione sul ruole del design come luogo di sperimentazione per il futuro, non solo di progettazione di oggeti materiali; Bas Van Abel di Fairphone il primo telefono modulare e, perciò, più longevo e sostenibile o Mette Gislev Kjaersgaard co-autrice di Design Anthropological Futures (2016) sono solo alcuni dei modelli e dei punti di riferiemnto per un’etnografia del futuro ed una nuova concezione del ruolo del design/er.

Donne e doppia discriminaizone, Isabella Ippoliti

Psicologa del lavoro e delle organizzazioni, Isabella Ippoliti si occupa da 18 anni di disabilità e lavoro, la Ipoliti introduce l’Agenda ONU 2030 stilata nel 2006 – ma ratificata in Italia solo nel 2009 – e in particolare si focalizza sull’obiettivo 5 ovvero la parità di genere.

Donna e doppia disciminazione perché c’è un effetto moltiplicatore rispetto alla discriminazione sul lavoro, ma anche come negazione della femminilità stessa. L’articolo 6 tratta porprio l’intersezione di questi due fattori. Il governo ha recentemente varato una norma sul tema della discriminazione che riguarda circa 2 milioni di donne che vanno da:

  1. mobilità e trasporti
  2. pianificazione e edilizia abitativa
  3. scuola e istruzione
  4. inserimento lavorativo
  5. tutela del lavoro
  6. presidi sanitari e accesso ai servizi medici adesguati
  7. Presidi contro la violenza di genere

Infatti, il 15% di loro rinuncia agli screening e alla prevenzione, soprattutto nel settore ginecologico per problemi di accessibilità, per mancanza di persone in grado di interagire nel linguaggio dei segni (LIS) e così via.

In Comunità Europea le donne con disabilità sono il 16% rispetto alla popolazione feminile totale (46 milioni di donne), ovvero il 60% delle persone con disabilità.

Il 13% – secondo l’indice che misura il gender gap (European Institute for Gender Equality, Report 2107) – contro il 5% delle donne senza disabilità lamentano la mancanta eguaglianza, cosa che ha come conseguenza, per esempio, una maggior tasso di tumori tra le donne disabili.

Il principio dell’autodeterminazione diventa critica rispetto alla propria salute, al proprio corpo ed alla proprie scelete riproduttive.

Sul lavoro, tra i 20 e i 64 anni il 45% delle donne disabili sono inattive contro il 35% degli uomini, situazione aggravata dalla discriminazione salariale, che dovrebbe essere alleviata da campagne di sensibilizzazione presso scuole e aziende promosse dal recente decreto che dovrebbero portare risultati concreti nelprossimo futuro.

La denuncia delle donne disabili è del 36% contro il 4% di quelle senza disabilità rispetto a episodi di violenza gravi, che per di più sono spesso difficilmente individuabili nel caso di disabilità mentali e cognitive.

Il Fondo della Regione Lombardia per i disabili che viene finanziato dalle sanzioni delle aziende che non ottemperano alla normativa in merito. L’attenzione è, anche e soprattutto, per i care-giver, cioè per quelle persone che acocmpagnano e si prendono cura delle persone disabili nella quotidianità.

MEET, Maria Grazia Mattei

Ne avevo parlato qualche tempo fa, a proposito dell’inaugurazione di MEET e, appena posso mi seguo dal vivo o in streming gli interventi di Meet the Media Guru come quello di Honor Hanger o di Gabo Arora. Oggi MEET, che ha trovato casa presso lo Spazio Oberdan, presenta la call for Digital Creator cross-fertilisation lab, per innovatori digitali under 35 insieme ad Assolombarda.

Innovazione è cambiamento culturale, non solo evoluzione tecnologia. Anzi, il cambio di prospettiva è rimettere l’uomo (!) al centro che si avvale di questi mezzi e trova una nuova strada, critica, ma positiva della nostra società. Il richio è di essere passivi fruitori e utenti di tecnologia: è il design, la progettazione che, invece, cambia il ruolo che assumiamo in temini di consapevolezza rispetto alle traiettorie e trend che lo scenario in cui ci si muove, sta sviluppando. Come si può comprendere il disorientamento in cui stiamo vivendo? forse con la metafora del filosofo Severino che ci paragona a funambuli tra due montagne, sotto il vuoto in cerca di un equilibrio, per quanto precario.

Usciamo dalla fascinazione della tecnologia, per comprendere i nuovi scenari umani. Il luogo di incontro sarà la nuova casa di MEET con la sua scala social, progettata da Carlo Ratto, luogo di incontro per la città, le persone, le istituzioni, fluido, aperto e iperconnesso: snodo di una rete locale, europea, internazionale.

Stereotypes vs. archetypes: Acknowledging bias, stereotypes, racism, and sexism from designers, clients and participants, Julie Blitzer

Il tema del genere genere e diversity si arrcicchisce con gli spunti dell’intervento di Julie Blitzer (@zhuli) che apre citando prima l’articolo sul Guardian e poi il libro Invisible women di Caroline Criado Perez (@CCriadoPerez).

Il modello a cui si fa riferimento – si veda il Dreyfus già citato – sono uomini caucasici che definiscono lo standard per tutti e che rappresentano, invece, una porzione statiscamente insignificante e non rappresentativa della popolazione mondiale.

Nella sua esperienza professionale, per esempio, la Blitzer ha fatto da cavia per un sistema di monitoraggio cardiaco che è stato testato, in fase prototipale, su di lei, un fisico sicuramente diverso dal maschio medio o da quello del suo capo, piatto, magro e allampanato. Il caso fortunato, tuttavia, deve diventare un approccio e un concetto trasversale in cui il design delle relazioni con prodotti, servizi, brands e touchpoints, diventano essi stessi cultura, ovvero cose che vanno nel mondo e lo cambiano e che propagandosi nel tempo, propagano bias.

Stereotipi, bias e pregiudizi positivi o negativi, inconsci o impliciti, sistemici – a livello istituzionale individuali o sociali e privilegi inficiano, infatti, le nostre relazioni con il mondo e con gli altri e, inevitabilmente, il nostro modo di progettare. Esserne consapevoli, infatti – come ci ricorda uno studio svolto ad Harvard tra il 1998 e il 2011 – è il primo passo per un buon design.

Design for access and inclusion, Caterina Falleni

Design lead for accessibility a Facebook – forse il peggior posto per fare, comunque, un ottimo lavoro 😉 – Caterina Falleni (@caterinafalleni) illustra principi ed esempi per rendere i prodotti digitali più fruibile da chiunque anche da persone con diasabilità, catalogandoli secondo diversi livelli di intervento in termini di accessibilità:

  • Prodotti: per esempio l’inserimneto dei sottotioli nei video, come canale informativo alternativo all’audio
  • Strumenti: come specifici plugin e/o tool per la misura dell’accessibilità
  • Educazione: rivolta alla comunità dei designer

Ma quali sono i problemi ch ebisogna affrontare quando si vuole rendere accessibile un prodotto o un servizio? Secondo le linee guida ci sono diverse tipologie di problematiche:

  • visive, come la cecità, il daltonismo, ma anche gli effetti ceh fisiologicamente l’invecchiamento ha sulla vista
  • uditive
  • motorie
  • cognitive che possono andare dalla dislessia, alla bassa alfebatizzazione digitale

Si stima che circa il 15% persona abbiano disabilità. Ma se consideriamo la disabilità, in senso più ampio, come un mismatch o un gap tra le caratteristiche del singolo individuo e l’ambiete in cui vive e interagisce, di fatto, secondo l’OMS c’è almeno 1 miliardo di persone che si auto-identificano con almeno una forma di disabilità, il doppio in senso lato e in senso olistico 7,7 miliardi, cioè tutta la popolazione mondiale in un modo o nell’altro!

Disabilità che possono essere permanenti, ma anche temporanee (mi rompo un braccio) o situazionali (ho le mani occupate perché sto portando le sporte della spesa): è uno stato dinamico ed in evoluzione.

Come progettare prodotti digitali in maniera piu inclusiva:

  • tecnologie assistive (sia software che hardware): come,per esempio, la naviazione tramite tastiera, screen reader, switch devices per supportare disabilità motorie,  tastiere braille digitali etc.
  • colori e contrasto
  • tipografia
  • suoni e audio

Familiarizzare con le tecnologie e i loro settaggi, cambiano colore, ingrandire font, diminuire o rallentare le animazioni sono alcune delle attività che le persone, a loro volta, possono fare, per migliorare la fruizione. Si è rilevato, inatti, che il 25% degli utenti aumentano la dimensione dei font sul proprio smartphone, a livello di applicazioni.

Visto che le interfacce possono scalare in maniera responsiva – da touch-base a cursor-based – l’interazione tramite telecomando – dove per cambiare canale ho una selezione sequenzialemente e poi clicko ok – è il modo migliore per progettare per gli screen reader. Scrivere liste di oggetti, come se fossero quelle della spesa, ogni elemento con nome associato o rispondere a domande come gerachia e ordine diverso per creare una narrazione che restituisce una architettura infromativa piu logica e usabile.

Si stima che una persona su 20 al mondo sia daltonica.

Uno dei modo per progettare è usare filtri software che simulano le visioni daltoniche, testare in bianco e nero e vedere se gli elementi sono “rappresentati” come nella versione a colori o manca la affordance primaria, oppure aggiungere pattern, texture o icone.

L’accessibilità, se si sta progettando per un mercato globale, deve tenere conto anche delle differenze culturali, come nel caso di una app per il mercato azionario. In Cina il rosso è positivo e indica un mercato in salita (forza, fortuna), in Occidente, viceversa, è negativo/passivo. Scambiare i colori sarebbe complicato per la scalabitilta del prodotto, ma posso aggiungere icone per identificaer il significato dell’interfacce e i valori positivi e negativi e la volatilita finanziaria.

L’uso di standard e strumenti per la valutazione dei parametri cromatici e del contrasto sono utili, ma testare direttamente con le persone con disabilità è fondamentale per co-creare un’esperienza coinvolgente, immersiva e partecipata. Questo è anche un modo per innovare: si pensi al settore degli audio-libri, nato dalle esigenze delle persone cieche,  i sottotitoli dei video delle ricette di Jiulia Child per i non-udenti o il pelapatate pensato per le persone affetta da artrite che ha migliorato la vita di tutti perché entrando a far parte del nostro quotidiano.

Uno dei modi di praticare l’acessibilità è quello di rendere l’invisibile visibile, per esempio tramite strumenti che facciano vedere le violazioni all’Ax nei prodotti, come un audio mancante o un font troppo piccolo.

Il buon design abilita, mentre il cattivo design disabilita: è un cambio culturale e di mentalità, un atto morale e atto politico. Se tutti possono accedere, tutti possono avere una voce. Lavorare sull’accessibilità non è un atto a postriori, anzi e soprattutto, un aattività iniziale fatta di ricerche, testing ideazione.

[e poi mi è morta la batteria del computer! Quindi, se volete leggere degli ultimi interventi, dovete pazientare il tempo di trascriverli dagli appunti :)]

Qui, intanto, trovate le slide dell’intervento di Andrea Resmini (): The End of the World as We Know It

Per approfondire:

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